Dirò una banalità, ma ultimamente il titolo di project manager è diventato una sorta di badge universale: sui social, nei CV, nei meeting… Sembra un titolo pomposo del quale – in pratica – tutti hanno il diritto di fregiarsi! Sembra basti organizzare qualche attività, programmare due call, dire agli altri entro quando consegnare, inviare qualche email… et voilà! Il titolo è tuo.
Ma chi diavolo è il Project Manager?
Secondo il Project Management Institute… ed ecco dirigermi dove l’acqua è alta… il project manager è il professionista responsabile di guidare il team verso il raggiungimento degli obiettivi di progetto, rispettando vincoli di tempo, qualità e budget; tuttavia, questa definizione, per quanto autorevole, rischia di sembrare astratta se non la caliamo nella realtà specifica dei settori digitali.
Il sociologo Richard Sennett, nei suoi studi sulla cultura del lavoro, avverte: Non si può gestire ciò che non si comprende. La vera autorità nasce dalla conoscenza delle pratiche, non solo dalla posizione organizzativa.
Nel digitale, la conoscenza delle pratiche significa sapere non solo cosa va fatto, ma anche come si realizza davvero: come si sviluppa un sito, come si costruisce una piattaforma di e-learning, quali sono le logiche che rendono un corso efficace online, quali limiti e opportunità offrono gli strumenti adottati… e per il momento non mi inoltro nel labirinto della programmazione…
Il valore della competenza tecnica
Harold Kerzner, uno dei principali teorici del project management, scrive: Il project manager deve possedere una visione a 360 gradi: organizzativa, ma anche operativa e tecnica. Solo così potrà prendere decisioni consapevoli, valutare rischi e anticipare criticità.
Nel web e nella formazione digitale, questo si traduce nell’essere in grado di dialogare con tecnici, designer, instructional designer, fornitori di servizi, sapendo riconoscere difficoltà, opportunità e costi reali di ogni scelta.
Gestione delle priorità e comprensione dei processi
Un altro tema centrale in letteratura è la capacità di mettere in ordine le priorità e di dare senso alla sequenza operativa.
Secondo Peter Drucker, padre della teoria manageriale: L’efficacia si basa sulla scelta di cosa non fare, prima ancora che sull’efficienza delle attività svolte.
Ciò significa saper distinguere tra ciò che è davvero urgente e ciò che può attendere, tra una richiesta strategica e una semplice variazione estetica, tra una funzionalità core e un orpello. Senza la comprensione concreta dei processi produttivi, il rischio è quello di mettere in fila le attività senza una logica, generando inefficienza e frustrazione.
Il project manager come facilitatore
Le più recenti teorie sul lavoro digitale – si pensi agli studi di Clay Shirky o di Don Tapscott – sottolineano come il project manager sia sempre meno un capo e sempre più un facilitatore: colui che mette in condizione le persone giuste di lavorare nelle condizioni migliori, eliminando ostacoli e risolvendo conflitti.
Conclusione
… e va bene! Lo ammetto: più che un post argomentativo, questo è uno sfogo bello e buono!
Avete presente come funziona nella scuola? Prima di diventare preside, bisogna aver fatto il docente per almeno sette anni: solo così si acquisisce la giusta esperienza per guidare gli altri. Lo stesso vale per il project manager: non è certo qualcuno che ne sa meno dello sviluppatore e si limita – in modo ridicolo – a dare indicazioni a chi ne capisce più di lui. Al contrario, il vero project manager conosce il lavoro a fondo, ha maturato esperienza e competenze sul campo, ed è proprio per questo che può guidare, supportare e valorizzare il team verso il successo.