La montagna sposa la disabilità!

Pubblico di seguito la relazione di Michela Passarini, una delle promotrici del convegno La Disabilità Sposa la Montagna che ha avuto luogo il 28 agosto 2010 a Bolognola (Provincia di Macerata), un magico borgo all’interno del Parco dei Monti Sibillini.


Il titolo che ho dato al mio intervento “tutti diversamente abili” è una provocazione bella e buona, in quanto lavorando per anni nel sociale, non ho mai incontrato un individuo con le stesse abilità di un altro.

Ma non c’è bisogno di allontanarsi da noi stessi per incontrare diverse abilità. Durante l’arco della nostra vita nasciamo disabili, crescendo raggiungiamo precipue abilità ed invecchiando torniamo ad essere disabili. Inoltre vorrei aggiungere che nessuno è esente da menomazioni, disabilità, handicap in quanto nella vita non si sa mai cosa può accadere.

A questo punto diventa necessario chiarire il concetto di disabilità, essendo un concetto in continuo cambiamento.

Una prima classificazione ICIDH del 1980/81 distingueva tra:

  • Menomazione, ossia una perdita a carico di funzioni fisiche o psichiche, quindi uno stato patologico. Se congenita viene chiamata minorazione;
  • Disabilità, quindi una limitazione nella capacità di agire, naturale conseguenza di menomazione o minorazione; (livello personale)
  • Handicap, ovvero lo svantaggio vissuto da una persona in condizioni di disabilità, menomazione o minorazione. (livello sociale).

Negli anni ’90 l’OMS commissionò ad un gruppo di esperti di riformulare questi concetti in quanto molto limitanti (non consideravano la disabilità come concetto dinamico; era difficile delineare la soglia della disabilità; considerava la consequenzialità dei 3 concetti, mentre si può avere handicap senza la mediazione della disabilità; venivano considerati solo i fattori patologici e non i fattori ambientali).

La nuova classificazione ICF (acronimo che in italiano significa Classificazione dello stato di salute) prende in considerazione lo stato di salute anziché le limitazioni e definisce “sano l’individuo in stato di benessere psicofisico”.

Il concetto di disabilità assume una duplice accezione di difficoltà di funzionamento personale e partecipazione sociale.

Quindi vengono presi in considerazione sia i fattori organici che quelli sociali e si parla di:

  • Struttura corporea;
  • Attività personali;
  • Partecipazione sociale.

Possiamo affermare che da un approccio organicista si è passati ad un approccio multidimensionale.

Diverso è anche l’ambito di applicazione:

ICIDH che valutava la disabilità partendo dalla menomazione, limitava il suo ambito nella disabilità;

ICF valuta le abilità residue dell’individuo sottolineando la “soglia funzionale”, descrive i gradi di funzionalità partendo dall’interazione dei suoi fattori e prevede differenti sottoclassi di uno stesso parametro.

In parole povere la disabilità non dipende solo da stati patologici cronici, bensì da fattori psichici e sociali, fattori in evoluzione.

In occasione dell’anno internazionale della disabilità, anno 2003, nel 2002 viene promulgata la Dichiarazione di Madrid che tratta l’integrazione scolastica e lavorativa, l’assistenza e l’associazionismo (autodeterminazione) dei disabili. La discriminazione sociale ne è il fulcro e gli strumenti per combatterla che vengono indicati sono sia legislativi che culturali.

Nel 2007 finalmente si richiama la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nella Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità. Inutile dire che sentire parlare di PERSONE fa un altro effetto e richiama l’attenzione  al tema delle pari opportunità:

  1. il rispetto della persona nelle sue scelte di autodeterminazione;
  2. la non discriminazione;
  3. l’integrazione sociale;
  4. l’accettazione delle condizioni di diversità della persona disabile;
  5. rispetto delle pari opportunità e dell’uguaglianza tra uomini e donne;
  6. l’accessibilità;
  7. il rispetto dello sviluppo dei bambini disabili.

In Italia la Convenzione è stata recepita con una legge ordinaria, la n.7 del 3 marzo 2009, che ha dato il via all’istituzione di un osservatorio sulla disabilità della durata in carica di 3 anni (all’occorrenza prorogabili di altri 3) presieduto dal ministro del lavoro e composto da 40 membri. Il coinvolgimento degli osservatori regionali e locali, delle associazioni disabili, delle rappresentanze sindacali è d’obbligo. L’obiettivo, oltre alla promulgazione della convenzione, è la raccolta di dati statistici sulle condizioni delle persone disabili per predisporre un programma biennale incentrato sulla promozione dei diritti ed integrazione sociale.

Nasce così un nuovo paradigma: la persona con disabilità!

Il vantaggio. L’OMS nel ’99 pubblica una nuova “Classificazione Internazionale delle Menomazioni, delle Attività Personali (ex disabilità) e della Partecipazione Sociale (ex handicap o svantaggio esistenziale)” ICIDH-2.

In particolare per Attività Personali si considerano le limitazioni di natura, durata e qualità che una persona subisce nelle proprie attività, a causa di una menomazione strutturale o funzionale , affermando che ogni persona è diversamente abile.

Canevaro afferma che una persona è relativamente handicappata, ossia l’handicap è relativo e non assoluto, al contrario del deficit. Chi nasce non vedente ha un deficit assoluto, mentre il suo handicap nasce dall’incontro tra la persona e la sua situazione delle condizioni di vita e di lavoro.

Nel 2001 l’OMS perviene alla stesura di un innovativo strumento di classificazione, multidisciplinare ed universale: “La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute” chiamato ICF: esso parla già nel titolo di Salute; la disabilità non viene considerata un problema di un gruppo minoritario ma un’esperienza che tutta la comunità può sperimentare; quindi l’ICF si propone un modello di disabilità universale, applicabile a tutti, normodotati o diversamente abili.

Lo Svantaggio risulta riferibile a quelle persone con handicap gravissimo cui la principale esigenza non è quella di trovare un impiego nella società, ma di sopravvivere, tanto più oggi che i servizi socio-assistenziali pubblici vengono ulteriormente tagliati.

Quindi è necessario distinguere varie situazioni di disabilità:

  • un non vedente può, utilizzando strumenti particolari o abilità compensative (es. verbale) raggiungere ad esempio adeguati risultati scolastici e sociali;
  • un ragazzo con ritardo mentale, ad esempio affetto da Sindrome di Down, è vero che può raggiungere un alta qualità della vita e quindi un benessere attraverso le proprie forze, ma sicuramente in riferimento alle prestazioni scolastiche, sociali e di completa autonomia risulterà inferiore alla soglia della “normalità”.

Noi vogliamo che la montagna possa finalmente essere una risorsa per tutti i diversamente abili, quindi per tutti noi, perché se c’è qualcuno che è uguale a qualcun altro può alzare la mano.

Nel mio piccolo sono stata contattata per progettare percorsi fruibili a persone con deficit visivo, non vedenti ed ipovedenti, perché sia chiaro che anche qui ci sono specificità che non possono essere trascurate, ma che in questa sede non possono essere affrontate.

Allora mi sono chiesta: com’è possibile rendere la montagna visibile a soggetti con menomazione visiva?

Le risposte che sono riuscita a formulare sono state fondamentalmente due:

  1. Utilizzare gli altri sensi a 360°;
  2. Utilizzare degli ausili strumentali per orientare gli utenti (staccionate, mappe cartacee e segnaletiche scritte in braille, riportanti le informazioni topografiche, storiche e descrittive del paesaggio…. Ovvio per questo servono fondi, e dietro ai fondi devono esserci persone convinte dell’importanza e del buon esito di questi investimenti).

Poi però, dialogando con il presidente dell’associazione nazionale ciechi Montecchiani Mirko (è sempre molto importante il confronto critico e costruttivo con le persone che transitano nel settore di cui ci si occupa) un dubbio mi è sorto: un’esperienza circoscritta a soli utenti con deficit visivo può essere limitante e creare emarginazione? ffettivamente si.

Ciò che io vedo posso raccontarlo a chi ha compromessa questa possibilità, come d’altro canto chi non vede ad esempio può cogliere nel tappeto sonoro diversi stimoli, sicuramente meglio di me che spesso tendo ad udire con gli occhi.

Insomma quando c’è interscambio e co-costruzione di significati c’è integrazione e se tutto ciò viene fatto attraverso un training sensoriale, tutti ma proprio tutti possono trarne benefici sostanziali che vanno ad incidere fortemente sia sulla stabilità emotiva che sull’autostima.

La Montagna è uno tra gli ambienti più rilassanti che ci invita a tuffarci totalmente in un mondo pressoché sconosciuto al giorno d’oggi, fatto di ritmi e specificità naturali che aspettano solo di essere scoperti.

Ma soprattutto non dimentichiamo che a prescindere dalla struttura corporea (in continuo cambiamento), dalle attività personali che siamo in grado di intraprendere più o meno autonomamente e dai vari gradi di partecipazione sociale che siamo in grado di raggiungere (troppo spesso lottando contro le barriere architettoniche, linguistiche ma soprattutto psicologiche e culturali) siamo tutti persone aventi lo stesso diritto di vivere una vita dignitosa e non semplicemente di sopravvivere.

Condividi il post