Oltre l’Ipocrisia linguistica: a cosa porta forzare adattamenti di genere?

Scritto 2 anni ago
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Oggi ho dovuto preparare una richiesta scritta, indirizzata ad un assessore del mio comune: essendo lei una donna, mi sono ricordato che l’Accademia della Crusca impone l’utilizzo della forma femminile assessora. L’atteggiamento dell’Accademia riguardo all’uso delle forme femminili per indicare professioni, cariche e titoli riflette infatti un equilibrio tra la tradizione linguistica e le esigenze di rappresentazione ed inclusività del genere femminile.

Tuttavia, in un’era in cui il cambiamento sembra essere l’unica costante, la lingua italiana naviga davvero in acque turbolente. Al centro di questo vortice di evoluzione culturale vorrei collocare l’Accademia della Crusca, venerato custode della lingua italiana, la cui influenza sulle dinamiche linguistiche solleva interrogativi di un certo rilievo.

Ogni parola porta con sé il peso di una storia, di tradizioni, di contesti sociali e culturali in continua trasformazione. È in questo scenario che si colloca la questione dell’adeguamento di termini considerati invariabili, come assessore, che in virtù di una visione di inclusività e sensibilità politica, vengono declinati in una forma femminile come assessora. Questo ovviamente è solo un esempio.

Come dicevo, l’intento di tale trasformazione, promosso da alcune istituzioni linguistiche, tra cui l’Accademia della Crusca, è senza dubbio quello di promuovere una società più inclusiva; tuttavia, questo approccio solleva dubbi sulla naturalezza di tali cambiamenti: se da un lato l’introduzione di termini come assessora può essere vista come un tentativo di riconoscere e valorizzare la presenza femminile in ambiti tradizionalmente dominati da una lingua di stampo maschile, dall’altro lato, si pone la questione della forzatura linguistica. Assessore, nella sua accezione originaria, è un termine che non porta in sé una marcatura di genere specifica, rendendo così superflua l’introduzione di una variante femminile.

Nel caso specifico l’utilizzo del termine assessore, in un testo o in un discorso, non consente di determinare il genere della persona, se non accompagnato dal nome della stessa; tuttavia, l’introduzione di forme femminili come assessora potrebbe non essere la soluzione definitiva per promuovere l’uguaglianza di genere. Secondo studiosi del calibro di Deborah Cameron e Luigi Ferrajoli, la vera sfida sta nel cambiare le strutture sociali e i pregiudizi di fondo. Essi sostengono che senza un cambiamento sostanziale nella società, modificare la lingua potrebbe addirittura rinforzare stereotipi di genere, evidenziando le differenze anziché l’uguaglianza. Sottolineano l’importanza di un approccio più inclusivo, che vada oltre la semplice differenziazione linguistica, promuovendo una lingua neutra in termini di genere, dove il ruolo sociale non sia definito dal genere della persona.

Questa riflessione non vuole sminuire l’importanza dell’inclusività o della sensibilità verso tematiche di genere, ma piuttosto sottolineare come la lingua debba evolvere in modo organico, riflettendo le pratiche linguistiche reali della popolazione che la parla. La forzatura di adattamenti, pur partendo da buone intenzioni, rischia di apparire non autentica, creando potenziali discrepanze tra le norme prescrittive e l’uso effettivo.

La lingua è un fiume che scorre, seguendo il corso tracciato dalla società che ne fa uso. Il compito di coloro che si occupano di politiche linguistiche, non dovrebbe essere quello di deviare artificialmente questo corso, ma piuttosto di navigarlo con saggezza.

Per un approfondimento sul rapporto tra lingua, genere e società, si consiglia la lettura di The Myth of Mars and Venus di Deborah Cameron e Diritto e ragione di Luigi Ferrajoli. Questi lavori offrono una base critica per comprendere come la lingua possa riflettere e influenzare le dinamiche di genere e giustizia sociale, suggerendo che la vera uguaglianza va oltre le modifiche linguistiche, toccando le strutture fondamentali della società.

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