Sarà che sto invecchiando, ma da qualche anno mi capita di inciampare ovunque in una locuzione misteriosa: Lezione partecipata. La trovo nelle programmazioni, nei PTOF, nelle relazioni finali, nelle formazioni obbligatorie, e perfino nelle chiacchiere tra colleghi, davanti alla macchinetta del caffè… e forse sarà anche per questo che a me il caffè della macchinetta non piace!
A me pare che ogni lezione – anche la più tradizionale – preveda sempre una qualche forma di partecipazione: basta un commento, una domanda di rinforzo, un esercizio, dialogare su un certo argomento, una richiesta di opinione… Lo scambio, per quanto minimo, è parte integrante della relazione stessa. Difficile, insomma, immaginare una lezione dove gli studenti siano ridotti a spettatori silenziosi.
Il pedagogista Norberto Bottani, in uno dei suoi interventi più lucidi, ricordava che l’apprendimento, per essere autentico, ha sempre bisogno di una dimensione dialogica, anche quando sembra assente. In altre parole, la partecipazione è un presupposto della lezione, non un suo accessorio.
Anche la didattica frontale, così spesso bistrattata, è attraversata da tantissime forme di partecipazione e non sempre così sottili ed invisibili.
Allora perché questa insistenza sulla Lezione partecipata? Forse perché, in un’epoca scolastica caratterizzata da pile di documenti, serve ribadire ciò che in fondo dovrebbe essere scontato, o forse perché abbiamo bisogno di etichette per distinguerci, per dimostrare che la nostra didattica è aggiornata, moderna, inclusiva – anche quando la sostanza non cambia davvero.
Una lezione priva di qualunque partecipazione non sarebbe nemmeno una lezione: sarebbe un monologo, qualcosa di sterile e autoreferenziale, più vicino alla performance che all’educazione.
Scrivere Lezione partecipata rischia così di essere una tautologia, buona per tutte le stagioni, ma povera di significato reale.
Potremmo forse abituarci a guardare meno alle formule e più alla sostanza: quello che conta – o meglio, quello che dovrebbe contare – a scuola, non è tanto l’etichetta che diamo alle nostre lezioni, ma la qualità dello scambio che riusciamo a costruire, giorno dopo giorno, tra docenti e studenti.
È solo lì che la partecipazione prende forma, ben oltre ogni definizione di moda.