Nell’estate del 1992 avevo appena compiuto 12 anni: l’età in cui non sei più bambino, ma neppure adolescente. Passavo i pomeriggi davanti al mio nuovo 80.88, con schermo in bianco e nero. Mi divertivo a programmare in BASIC… linguaggio che avevo appena imparato: era il mio piccolo infinito. Le lettere sullo schermo e le righe di codice, numerate di 10 in 10, correvano all’impazzata e – dico la verità – mi sentivo un piccolo dio… vi lascio solo immaginare il perché. Quella sensazione poi non l’ho mai più provata… e vi confesso che negli anni mi è mancata molto.
In quel periodo mi capitò tra le mani una rivista per programmatori che ogni tanto mio padre mi portava da Jesi. C’erano esempi di programmi che servivano per esercitarsi e di tanto in tanto qualche curiosità… Sfogliandola capitai su una pagina che raccontava la storia di una suora americana con un ruolo proprio nello sviluppo del BASIC… e quella stessa storia l’ho ritrovata oggi in un libro comprato per mia figlia, dedicato alle donne coraggiose che hanno cambiato il mondo.
Si chiamava Mary Kenneth Keller ed era nata a Cleveland nel 1913. A vent’anni entrò nelle Suore della Carità della Beata Vergine Maria (Sisters of Charity of the Blessed Virgin Mary), ma la sua strada non rimase confinata tra i muri del convento: studiò matematica, fisica, e poi approdò a quella nuova disciplina che all’epoca non aveva neanche un nome preciso: l’informatica.
Nel 1965 ottenne un primato storico: fu tra le prime due persone negli Stati Uniti a conseguire un dottorato in informatica; l’altro si chiamava Irving Tang e lo conseguì lo stesso giorno, entrambi presso l’Università del Wisconsin–Madison.
Non si limitò a studiare: al Dartmouth College prese parte proprio allo sviluppo del BASIC, il linguaggio nato per aprire l’uso del computer anche a chi non aveva alle spalle anni di formazione tecnica… e nel mio caso, ad un bambino curioso.
Dopo il dottorato fondò il dipartimento di informatica al Clarke College di Dubuque, Iowa, e lo guidò per vent’anni. Non insegnava soltanto a scrivere codice, ma a vedere nel computer uno strumento universale, capace di attraversare le discipline. Amava ripetere che l’informazione non serve a nulla se non è accessibile a tutti: parole che oggi sembrano ovvie, ma che negli anni Settanta avevano il peso di una profezia.
Morì nel 1985, senza poter assistere all’arrivo dei personal computer nelle case, né all’esplosione di Internet. Ma il suo lascito resta: un centro universitario che porta il suo nome, ma soprattutto un’idea semplice e ostinata: che la conoscenza va condivisa e la tecnologia deve servire tutti, nel bene.
A me il computer ha semplicemente salvato la vita… ed oggi, a 45 anni, rileggere la sua storia mi ha fatto commuovere: come se quel filo, partito da una rivista letta da un ragazzino, fosse arrivato intatto nelle mani di una nuova generazione.