Qualche giorno fa fa è morto Gino Paoli.
Appresa la notizia, ho aperto Play Music, mentre ero in studio a lavorare… quasi d’istinto… e ho cercato La gatta. L’ho riascoltata poi la sera, con i miei figli, cercando di spiegare perché quella canzone che ad un primo ascolto sembra così semplice, mi abbia sempre spinto a pensare molto…
Mentre ascoltavo ho ricordato d’un tratto che in passato avevo già provato a scrivere qualcosa… era forse il 2006 o il 2007. Avevo buttato giù degli appunti veloci che ho ritrovato stamattina in un vecchio hard disk. Li ho riletti con la strana emozione di riconoscersi in qualcosa scritto da una versione più giovane di sé.
Ho così deciso di sistemarli… ed eccoli qua.
Inizio col dire che La gatta appartiene a quella categoria di testi che la critica letteraria definisce come “a doppio regime di lettura”: funzionano infatti su un piano narrativo immediato ed accessibile a tutti, ma nascondono una struttura concettuale profonda e complessa. Si tratta di una scelta estetica precisa, figlia della chanson française, da Brassens in poi, in cui l’apparente leggerezza del verso è il veicolo più efficace per portare il peso del pensiero.
La canzone inizia con c’era una volta, un incipit che nella tradizione letteraria appartiene al registro della fiaba e del mito. La scelta colloca immediatamente la storia in un tempo irrecuperabile, dotandola di quella qualità particolare che appartiene alle cose perdute. In tre parole Paoli stabilisce il tono elegiaco dell’intera canzone, prepara l’ascoltatore alla perdita e crea l’attesa di un racconto che sarà, per definizione, già finito.
La gatta viene introdotta attraverso un particolare visivo preciso: la macchia nera sul muso dove si riconosce il metodo poetico che accomuna molti grandi, cioè il dettaglio specifico e irripetibile che funge da àncora emotiva… Non posso fare a meno di pensare a Montale…
Il nucleo filosofico della canzone risiede proprio nell’immagine della vecchia soffitta, vicina al mare e a un passo dal cielo blu. Questo è il paradosso cruciale e la sua risoluzione è tutt’altro che ovvia. Restare nella soffitta non è rinuncia né rassegnazione: è la scelta consapevole di chi ha riconosciuto nel proprio spazio limitato una qualità che la vastità non garantisce da sola. Il mare e il cielo blu sono presenti, ma come orizzonte, come cornice, non come contenuto, tantomeno come meta da raggiungere o a cui aspirare…
L’autore suona la chitarra e la gatta fa le fusa. In questo scambio, ridotto all’osso, Gino Paoli descrive un vero e proprio modello etico: l’espressione autentica di sé che trova risposta nell’affetto incondizionato dell’altro; è la struttura minima di ciò che, nella tradizione filosofica, si chiama vita buona: fare ciò che si è e ricevere amore per quello che si è, non per quello che si produce o si possiede.
Il diminutivo stellina, poi, è uno dei gesti stilistici più riusciti e rivoluzionari dell’intera canzone perché riduce l’infinito cosmico a qualcosa di affettuoso e familiare… e in questo ribaltamento sta il senso dell’immagine: non è l’uomo nella soffitta che guarda con nostalgia verso la vastità dell’universo, ma è l’universo che si china verso di lui, con simpatia… è quella che definirei – forse esagerando – una forma discreta di autostima cosmica. Paoli afferma, senza affermarlo, che la piccola vita nella soffitta ha un valore che non dipende dalle sue dimensioni, ma è degna di attenzione anche dal punto di osservazione dell’infinito.
… E qui avviene la rottura!
Ora non abito più là, ripetuto due volte, ha la struttura ritmica e psicologica del lutto: l’enunciazione, la pausa, la ripetizione necessaria perché il cuore registri ciò che la mente ha già sentito.
La casa nuova è bellissima, ma è come vuoi tu. Due parole che smontano silenziosamente tutto l’edificio del successo oggettivo. La casa non è brutta: la sua bellezza è dichiarata; il problema è di ordine esistenziale: non appartiene al narratore perché non nasce da lui, non risponde a ciò che lui è; non è altro quindi che la proiezione spaziale di un desiderio altrui.
Si tocca qui uno dei temi più persistenti della filosofia esistenziale: la distinzione tra autenticità e conformismo, tra la vita che si sceglie e la vita che si riceve per sedimentazione di aspettative esterne. Paoli lo formula in modo ingenuo e potentissimo, senza nessuna delle complicazioni teoriche che Heidegger o Sartre avrebbero ad esempio richiesto.
Facciamo un po’ di confronti
Confrontare La gatta con i contemporanei rivela quanto radicale sia la posizione di Gino Paoli.
Nel blu dipinto di blu di Modugno, pubblicata due anni prima, viene proposto un modello di felicità verticale: l’ascesa, la fuga dalla gravità, l’abbandono dell’ordinario in favore di uno spazio immaginario e liberato. La felicità è altrove, è in alto, è nella trasformazione. Paoli capovolge questa direzione: non si sale, si resta. La felicità non è trascendenza, è presenza.
Fabrizio De André elabora una risposta ancora diversa: la felicità, quando è possibile, è ai margini, è il privilegio di chi la società ha escluso e che, proprio nell’esclusione, ha smesso di mentire a sé stesso. In Via del Campo, in Bocca di Rosa, nei personaggi della Buona Novella, la dignità autentica appartiene sempre a chi ha perso tutto tranne la propria verità. De André è più radicale e più politico di Paoli, ma penso condivida con lui il rifiuto di un modello di felicità imposto dall’esterno.
Battisti (… o chi per lui…) e Dalla completano il quadro: per il primo la felicità è intensità romantica, quasi mistica, sempre al di là del reale quotidiano; per il secondo è speranza proiettata nel futuro, strutturalmente simile all’attesa escatologica. In tutti questi modelli la felicità è altrove: nello slancio, nel margine, nell’intensità, nell’avvenire.
Paoli dichiara invece che la felicità è qui: adesso… in questa stanza, con questa gatta, con questa chitarra. Non bisogna andare da nessuna parte. Bisogna soltanto essere abbastanza attenti da riconoscere il valore di ciò che si ha già… e allora La gatta pone una domanda precisa: di cosa è fatta la felicità? Per Gino Paoli la felicità è corrispondenza tra ciò che si è e il modo in cui si vive.