La mania del successo

Se mi sono permesso di scrivere una pagina sulla mania del successo che spesso rapisce i giovani scrittori (giovani non di età, ma di pratica artistica), per trascinarli poi nella strada della delusione, è perché la mia esperienza ha visto persone che per colpa di questa sindrome, non solo hanno vissuto momenti di profonda ed inaspettata amarezza, ma che addirittura hanno smesso di scrivere. Dunque chi vi dà suggerimenti ora non è qualcuno che vuole scoraggiarvi, bensì aiutarvi a capire i valori autentici di un vero scrittore (… o per chi vuole di un artista in generale), cercando di accrescere in voi il gusto per l’opera e non la bramosia di successo.

Anzitutto bisogna considerare che nella nostra società il cosiddetto successo, cioè la rottura dello stato di anonimato, dipende da molti fattori e purtroppo solo in bassissima percentuale dalle capacità dell’artista: ho conosciuto dei veri artisti privi di fama, che ammiro molto, mentre basta un personaggio di Grande Fratello (ricordando le tristi realtà della televisione italiana) per scatenare l’attenzione di migliaia di persone.

Quanto detto dovrebbe far riflettere su come arbitrario sia il giudizio del pubblico e della società, in relazione alle capacità artistiche di qualcuno. La fama maggiore di Leopardi stesso – tanto per fare un esempio – presso i suoi contemporanei non era quella di poeta, ma piuttosto quella di filologo, mentre oggi, comunemente al nome di Leopardi si associa la poesia e solo gli esperti del settore sanno che aveva una padronanza assoluta della filologia. Petrarca, invece, credeva di diventare famoso presso i posteri grazie alle sue opere scritte in latino, mentre oggi di Petrarca vengono ricordate e studiate soprattutto le opere in volgare. Il successo poi dipende molto dalla condizione sociale in cui si trova l’artista, poiché – sempre per fare un es. – ci sono oggi figli di registi che come per magia diventano eccellenti attori, ma non necessariamente la loro capacità supera quella di Tizio che recita in una piccola compagnia teatrale conosciuta soltanto nel proprio distretto: certo avranno avuto una più completa formazione, ma non basta per giustificare il loro successo così immediato. Non essendo io un sociologo, e non volendo annoiare chi legge con lunghe teorie scientifiche, mi sono limitato a descrivere queste realtà solamente con qualche esempio che spero porti il messaggio che ho intenzione di trasmettere.

Fortunatamente però, non è tutto così negativo: si verifica anche la situazione in cui qualcuno riesce a rompere la sfera dell’anonimato in cui tutti noi all’inizio siamo racchiusi, grazie soltanto alla propria bravura e alle proprie capacità; potrei citare degli esempi, ma siccome non ho creato questo angolo per suggerirvi come diventare famosi (anche perché io stesso non lo saprei e non mi sentirei di dirvi che basta la bravura), preferisco fermarmi qui. Preciso anzitutto che non avendo mai desiderato pienamente il successo, trovo difficoltà nell’illustrarvi un quadro di come questa smania nasce e può diventare nociva.

Vero è che i mezzi di comunicazione di massa, qualunque essi siano, da cui spesso subiamo informazioni circa personaggi del cosiddetto mondo dello spettacolo, ci apre una finestra irreale e distorta sulla condizione sociale dei cosiddetti vip o di altri personaggi comunque di successo nelle varie arti. Tale immagine distorta proietta nella nostra mente una realtà molto bella dove il denaro, ma soprattutto il riconoscimento sociale che tali personaggi possiedono, può innescare nello spettatore il desiderio di rincorrere tale felicità. Un altro fattore è l’atteggiamento stesso dei personaggi famosi che spesso, grazie all’apporto delle nostre consuetudini sociali, non sanno assumere un atteggiamento umile, ma amano restare al centro dell’attenzione, sino ad arrivare a compiacersi completamente dei riconoscimenti, tenendo spesso in oblio i motivi per cui li hanno ottenuti; così il sentimento di rivalsa che c’è innatamente in ciascuno di noi genera invidia e bramosia di arrivare in alto, soprattutto se sappiamo o crediamo di avere certe capacità artistiche che potrebbero realizzare il nostro sogno. L’invidia è un sentimento naturale, ma da evitare il più possibile, o almeno dominare con la nostra intelligenza, altrimenti dalla vita si prenderanno solo delusioni e non si raggiungerà mai la vera serenità. Se tra i motivi che muovono il nostro desiderio di fare arte c’è quello del successo, prima o poi prenderemo delusioni.

Ogni scrittore vive a suo modo il rapporto con l’opera e con l’euforia che lo trascina verso lo scrivere: ognuno inizia in età diverse, in ambienti diversi, in contesti diversi; ognuno tratta i propri temi, crea la sua maniera di fare arte, dunque sarebbe inutile tracciare uno schema preciso del percorso che porta alle cosiddette prime delusioni dell’artista. Questa prima delusione, però, arriva inevitabilmente, anche per i più apprezzati, al momento in cui le attese che si hanno sulle proprie opere superano il gradimento del pubblico. Amare i propri scritti ed appagarsi rileggendoli è cosa assolutamente positiva, ma se questo appagamento si estende poi al fatto che lo scrittore consideri la sua opera degna di apprezzamenti anche al di fuori di lui stesso, finirà per deluderlo, quando questi apprezzamenti, tanto attesi, malgrado tentativi, non arriveranno. Cederà così gran parte delle fondamenta che stimolavano a scrivere tale ipotetico artista, poiché lo stimolo – anche incoscientemente – si maturava nel sopravvalutare la qualità artistica e letteraria delle proprie opere.
Ceduta gran parte delle fondamenta, è a rischio l’intero castello: lo scrittore infatti potrebbe passare all’eccesso opposto, cioè convincersi che il valore della propria produzione letteraria dipende dal giudizio del pubblico (molto arbitrario, come si è visto sopra) con la conseguenza di non amare più le proprie opere, sino al punto di disprezzarle, generando in un circolo vizioso che in alcuni casi porta alla cessazione definitiva dell’attività artistica. In sintesi, non è giusto che l’autore ripudi le proprie opere soltanto perché il pubblico o – tanto peggio – una commissione di concorso non ha espresso un giudizio positivo. Se ciò accade, l’attività artistica rischia di diventare schiava del giudizio degli altri e con lei l’autore stesso.

Ogni scrittore ha diritto alla propria libertà e libertà vuol dire soprattutto riuscire ad esprimersi non cercando ciò che vorrebbe il pubblico, ma dando ascolto a quanto arriva dai nostri pensieri e dal nostro cuore. Così facendo, ogni mattina vi sveglierete leggeri e spensierati, con una grande sensazione di liberta e con tutto il gusto e l’impazienza di mettere mano alle vostre opere, senza la scontentezza per il successo che non arriva. Non sto dicendo che si deve sempre essere contenti di ciò che si scrive, anzi, lo scrittore deve essere critico verso le sue opere, in modo da trovare lo stimolo giusto per migliorare e perfezionarsi; tale critica però non deve ispirarsi al giudizio altrui, ma deve arrivare da quella ricerca interiore che pian piano porta alla maturazione artistica. Suggerisco dunque a chi scrive di tenere alla propria libertà di espressione; e quando la voglia di successo eromperà nella vostra testa, sappiate che essa è soltanto una catena che cerca di imprigionare la vostra anima, legando ad essa i vostri pensieri, dunque ignoratela: sarà sufficiente per farla stringere nel vuoto.